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editoriale
Facciamo il punto sul Pet-Corner

Sono oramai quasi due anni che per i veterinari italiani è
possibile organizzare, allinterno della propria struttura,
il Pet-Corner. Cerchiamo quindi, osservando ciò che è
successo durante questo periodo, di fare il punto della situazione.
Risulta subito evidente che, ancora, soltanto una piccola percentuale
delle strutture veterinarie si è organizzata in questo senso.
Per quale motivo? Visto che unattività di questo tipo,
oltre ad apportare una ulteriore fonte di reddito per la struttura
sanitaria costituisce anche un servizio apprezzato per i clienti?
Diciamo subito che, nella fase iniziale, molti veterinari si sono
interessati del come fare, in pratica, ad avviare questa nuova attività.
Il primo luogo dove si sono recati è stato, per lo più,
lufficio comunale che si occupa delle licenze commerciali.
Cera stata, poco prima, la liberalizzazione di queste ultime
ma, come al solito, negli uffici pubblici le novità vengono
sempre digerite lentamente, vedi lautocertificazione, e gli
interessati hanno avuto risposte vaghe se non addirittura varie
forme di diniego.
A tuttoggi, mi risulta, soltanto il Comune di Bologna ha provveduto
ad emanare regole specifiche in questo senso.
Gli unici veterinari che hanno realizzato il Pet-Corner sono quelli
che hanno sfruttato quella pratica definita silenzio-assenzo
che significa: io intanto apro e te lo comunico ufficialmente, se
tu, Ufficio Pubblico, entro un certo periodo di tempo, non mi comunichi
nulla vuol dire che si poteva fare.
Non mi risulta che gli uffici comunali abbiano fatto chiudere nessun
Pet-Corner avviato con questo meccanismo.
Si deve dedurre quindi che chi veramente voleva il Pet-Corner lo
ha avviato.
Ma allora, perché sono così pochi quelli che desiderano
avvalersi di questa possibilità?
Mi capita spesso di indagare, chiedendo a veterinari amici e non,
cosa ne pensano della questione.
Le risposte sono varie e a volte mi lasciano un po sconcertato
come quella: non aprirò il Pet-Corner perché
il cliente, quando esce dalla mia clinica, ha speso troppo.
Ma non è interesse del veterinario che il cliente spenda
nella sua struttura il più possibile? Importante che sia
pienamente soddisfatto di avere speso quel denaro dal suo veterinario
di fiducia. In ogni caso, sia i farmaci che altri prodotti, avrebbe
dovuto acquistarli altrove, magari dopo avere girato tre o quattro
farmacie e poi, magari doversi recare anche in un Pet-Shop per procurarsi
la dieta così importante per il suo beniamino.
Chiedendo invece ad un veterinario francese, inglese o tedesco,
emerge che questo tipo di attività procura utili alle loro
strutture anche per il 40% del totale.
Altre motivazioni riguardanti il perché non si avvia lattività
commerciale sono più legate ad aspetti gestionali, allintroduzione
del registratore fiscale (scelta per me sbagliata perché
andrebbe altrettanto bene emettere ricevute fiscali anziché
scontrini, magari tramite il software col quale si gestisce tutta
la struttura sanitaria).
Probabilmente ci si preoccupa di complicarsi la vita con qualche
cosa che non si conosce bene o di avere maggiori controlli di tipo
fiscale.
Certo è che il Pet-Corner non è e non deve essere
un Pet-Shop, ma unattività a supporto di quella sanitaria,
che deve rimanere quella prevalente. Per questo il medico veterinario
deve rimanere tale ed occuparsi di ciò che è di sua
competenza riservando la gestione del pet-corner a collaboratori
non medici operanti nella struttura.
Non si tema che il Pet-Corner mercifichi la professione veterinaria
perché ci sono veterinari che lo hanno fatto benissimo anche
senza di lui. I colleghi che hanno una certa esperienza lo sanno
bene.
Dr. Marco Bianchini
Presidente Veter-Zoo srl
mbianchini@veter-zoo.com
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